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Parco Minerario Floristella Grottacalda

Il Parco Minerario fu istituito nel 1991 e si estende su un’area di 400 ettari. L’istituzione ha avuto lo scopo di salvare la memoria storica legata alle miniere di zolfo e ai suoi minatori, e di innervare, attraverso il recupero delle gallerie, dei pozzi, dei castelletti, delle discenderie praticabili, dei calcheroni e dei forni “Gill”, una rete di turismo ed un’attività culturale e didattica tali da promuovere nuovo sviluppo e nuova occupazione nella sfera dei beni etnici e antropologici del territorio.

Nell’area del Parco domina il Palazzo Pennisi (che fu residenza estiva della famiglia nobiliare omonima), in via di ristrutturazione con progetto della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, che dovrebbe ospitare il Museo Regionale del Lavoro.
I complessi minerari di Floristella e di Grottacalda sono stati tra i più grandi giacimenti solfiferi siciliani. L’attività estrattiva iniziò verso la fine del 700, ma il primo documento che attesta il “permesso di apertura” della miniera Floristella è datato 1824.
La miniera di Floristella era di proprietà della famiglia Pennisi di Acireale ed è stata gabellata fino al 1963; alla fine degli anni ’60 è divenuta di proprietà dell’Ente Minerario Siciliano. Nel complesso Floristella vi sono tre pozzi verticali, l’ultimo dei quali è stato aperto verso i primi degli anni ’70. La chiusura definitiva delle miniere è avvenuta nel 1987.

Lo zolfo “l’oro giallo dei poveri” era di una tale purezza da avere determinato uno standard praticamente insuperabile e veniva considerato della migliore qualità disponibile sul mercato. Esso veniva impiegato per la fabbricazione degli zolfanelli, della polvere pirica e successivamente nell’industria chimica a supporto dell’industria pesante ed infine nell’agricoltura e nella farmaceutica.
L’estrazione dello zolfo era faticosissima ed affidata anche ai carusi, bambini di età inferiore ai 15 anni, che provvedevano al trasporto del minerale calandosi attraverso le “calature” (gallerie semiverticali di strette dimensioni) nelle viscere della terra, con il continuo pericolo di incendi legato alla proprietà estremamente infiammabile del minerale.

Il Parco oltre che al grande interesse storico e antropologico presenta anche quello naturalistico, che va valutato nel contesto di un paesaggio antropizzato.
Anche se il territorio presenta segni, alquanto evidenti, dell'influenza umana ed una palese trasformazione del paesaggio naturale, si è potuto evincere, attraverso l'indagine vegetazionale condotta dal Dipartimento di Botanica dell’Università di Catania (con il gruppo costituito dal prof. G. A. Ronsisvalle, prof. N. Longhitano, dott.ssa A. Zizza, dott.ssa R. Termine, dott.ssa G. Ferrauto, dott. A. Polito e dott. M. Nigrelli), una certa tendenza alla ricostituzione spontanea di taluni aspetti significativi di vegetazione nell'area esaminata e limitata al perimetro del Parco.
Le considerazioni sul paesaggio vegetale hanno evidenziato uno stato del territorio in cui l'uomo ha agito, in maniera più o meno determinante, modificando profondamente anche gli aspetti relitti di “vegetazione climacica”.

Il risultato di questa persistente influenza antropica, valutabile numericamente attraverso il "grado di antropizzazione", si desume anche dall'esame delle “schede di sensibilità/importanza”, compilate per le 199 entità floristiche più rappresentative campionate all'interno dell’area.
Nel Parco sono presenti elementi di macchia con Spartium junceum e Ampelodesmos mauritanicus; lungo il torrente Gallizzi (sfociante nel Calderari) sono presenti elementi di vegetazione ripariale (Populus nigra, Sambucus nigra, Ulmus minor, Fraxinus oxicarpa) e di vegetazione igrofila con Typha angustifolia ed Equisetum sp..

In prossimità dei “calcheroni” si riscontrano aggruppamenti ad Helichrysum italicum.
Inoltre, sono presenti formazioni boschive con Eucalyptus camaldulensis, Pinus Halepensis e Pinus pinea. Le pinete, che costituiscono delle formazioni aperte, consentono l’insediamento di uno strato arbustivo costituito principalmente da sclerofille (piante a foglie resistenti e dure), tra le quali si rinviene prevalentemente Thymus capitatus, specie che costituisce nelle aree più aperte e xeriche (aride e fortemente illuminate), con substrati calcarei, singolari aspetti di gariga.

Le sparute formazioni naturali boschive sono costituite da modesti querceti, che attualmente occupano un’area piuttosto limitata in seguito alla massiccia impronta antropica (estrazione dello zolfo, interventi di disboscamento, pascolo ed incendio). L'unico aspetto riscontrato rappresenta un relitto dell'originaria formazione boschiva che un tempo doveva rappresentare foreste molto più estese e complesse, oggi invece relegate ad aspetti piuttosto degradati e povere floristicamente. Le essenze arboree sono rappresentate unicamente da Quercus congesta, censite in poche decine di entità e circoscritte ad una ristretta aerea.
Esemplari isolati di Olea europea, derivanti da antichi oliveti abbandonati, si ritrovano nelle aree circostanti.

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